Da qualche tempo rimbalza tra i siti internet una classifica, sempre quella, (https://www.statista.com/chart/12797/the-phones-emitting-the-most-radiation/), che mette in fila i diversi modelli di smartphone per “la quantità di radiazioni emesse”.

Avendo già chiarito (https://www.fisicamedica.it/forums/wifi-e-campi-elettromagnetici/i-sistemi-wifi-utilizzati-nelle-abitazioni-domestiche-sono) quello che è possibile sapere oggi sui danni da radiazioni elettromagnetiche a questa frequenza, proprio per poter applicare correttamente il criterio della minimizzazione dell’esposizione, è bene fare qualche osservazione.

Il SAR, o tasso di assorbimento specifico, non misura affatto le emissioni del cellulare ma è la grandezza che valuta la potenza assorbita da un determinato bersaglio quando esposto alle emissioni di una determinata sorgente. L’unità di misura del SAR è infatti W/kg, dove i kg al denominatore sono riferiti alla massa del tessuto irradiato.Il valore indicato come limite di riferimento, di 2 W/kg, è relativo alla protezione della popolazione generale dall’accumulo di calore nella testa e nel tronco. Per il corpo intero, il valore scende a 0,08 W/kg, come riportato in nostri precedenti interventi.

Non esiste quindi uno strumento che misura il SAR; per eseguire la valutazione bisogna ricorrere ad un modello matematico o a un fantoccio di misura per ottenere una stima della potenza necessaria per indurre un certo aumento di temperatura in una determinata zona del corpo. Tutto questo conoscendo la potenza irradiata istante per istante nello spazio da un dispositivo collocato in una data posizione rispetto ad un bersaglio di composizione nota.

La valutazione del SAR nella testa poteva avere un significato qualche anno fa quando i telefoni portatili si usavano per….telefonare!

La base della telefonia cellulare è la conversione della voce in pacchetti di dati e la loro trasmissione in uno o più canali nella banda delle microonde. I vecchi telefoni emettevano la maggiore quantità di energia durante la conversazione e trasmettevano brevissimi impulsi di tanto in tanto in modalità stand-by per segnalare la propria posizione rispetto alla rete.

La maggior parte degli utenti oggi, in particolare i più giovani, lasciano il loro smartphone costantemente connesso alla rete per aggiornare applicazioni e messaggi vari, quindi ricevendo dati ma anche trasmettendo foto, filmati e messaggi vocali, sempre con potenze variabili in funzione della distanza dalla stazione radiobase disponibile. Un determinato apparecchio potrebbe quindi causare un elevato valore di SAR nella conversazione all’orecchio ma essere in grado di caricare le foto su Instagram con una maggiore efficienza, utilizzando una potenza inferiore.

Come valutiamo allora il SAR ? per esempio con lo smartphone nella tasca davanti dei pantaloni nei ragazzi o nella borsetta a tracolla delle ragazze? Il confronto di SAR fra diversi modelli a parità di condizioni fornisce certamente qualche elemento di valutazione ma non è affatto un buon metodo per valutare il rischio.

Per esempio sarebbe interessante conoscere e confrontare il SAR dovuto all’accoppiata smartphone e auricolare bluetooth, altra sorgente di esposizione cronica a bassa potenza. In particolare alla guida delle auto, il viva voce è per ovvie ragioni indispensabile, ma se siamo così preoccupati delle emissioni perché connettiamo via radiofrequenza un dispositivo ad un altro che a sua volta deve connettersi ad una rete attraverso una scatola di metallo?

Uno studio del SAR in queste condizioni sarebbe ancora più interessante anche se forse sarebbe ora di obbligare i costruttori ad installare su tutte le auto connettori standard che obblighino a bloccare in posizione fissa e sicura il telefono (che così si ricarica anche…) con il quale trasmettere solo dall’antenna esterna.

Come sempre la tecnologia presenta rischi e opportunità, una questione non banale è come gestire la quantità di informazioni che vengono diffuse distinguendo quelle affidabili. Noi speriamo di dare il nostro contributo.