Organizzazione della radiologia militare francese, tedesca e italiana
Fisica in Medicina, n.3/2014, pp 36 – 58

Il 28 luglio del 1914, con la dichiarazione di guerra dell’Impero d’Austria e Ungheria alla Serbia aveva inizio su scala globlale la grande tragedia della prima guerra mondiale. A cento anni di distanza su Fisica in Medicina si ricordano le prime concitate fasi iniziali del conflitto e come venivano organizzati i servizi radiologici di tre nazioni tra le numerose scese in campo.
(Mario Reggio) 

La Grande Guerra e i Raggi X: organizzazione della radiologia militare francese, tedesca e italiana

Cento anni fa, la prima guerra mondiale

Mario Reggio

Le premesse e l’innesco. A conclusione della guerra Russo-Turca del 1877-1878, il Cancelliere tedesco Otto von Bismarck promuove il congresso di Berlino del 1878, con lo scopo di favorire la stabilizzazione della zona dei Balcani. Il congresso si conclude il 13 luglio 1878 con il trattato, detto appunto di Berlino, firmato da Italia, Germania, Austria, Francia, Inghilterra, Russia e Impero Ottomano. In base al Trattato l’Austria riceve il mandato di amministrare le province della Bosnia- Erzegovina, mentre l’Impero Ottomano ne mantiene la sovranità ufficiale. La scarsa chiarezza della situazione porta ad una serie di dispute territoriali e politiche, finché l’Impero Austro-Ungarico, approfittando nell’ottobre 1908 di un colpo di stato in Turchia ad opera dei “Giovani Turchi”, decide di procedere unilateralmente alla definitiva annessione della Bosnia-Erzegovina. L’Austria si assicura l’appoggio di Germania e Italia, ma crea un forte malcontento in alcune frange estremiste: nel maggio 1911, in decisa opposizione all’impero Austro-Ungarico e con predominanti tendenze panslaviste, nasce in Serbia la società segreta “Mano Nera” (in serbo “Crna Ruka” (1)), di impronta espressamente terroristica; il suo motto sarà “unificazione o morte”.

Il 28 giugno 1914 l’Arciduca Francesco Ferdinando, nipote ed erede al trono di Francesco Giuseppe, si reca in visita ufficiale a Sarajevo, in Bosnia, per seguire le manovre delle truppe imperiali che si svolgevano in quella zona. Nonostante circolassero già alcune voci sulla possibilità di un attentato, il giorno della visita di Francesco Ferdinando è annunciato con largo anticipo dai giornali, precisando orari, tappe e percorso del corteo imperiale, probabilmente per consentire l’impianto di un’ampia azione di propaganda. La messa in moto così imprudente del meccanismo propagandistico, consentirà ad un minuscolo gruppo di sette giovanissimi indipendentisti (tra 17 e 27 anni di età), appartenenti ad una associazione politico-rivoluzionaria, la “Giovane Bosnia”, di progettare per tempo un articolato piano per l’uccisione dell’Arciduca. Privi di mezzi e del tutto inesperti sull’uso delle armi, ricevono però istruzioni, armi ed esplosivi, dalla “Mano Nera”, tramite un suo emissario, Milan Ciganović.

Il giorno stabilito per l’attentato il gruppo, che si era distribuito lungo il percorso del corteo imperiale, compie alcuni tentativi maldestri, causando solo alcuni feriti. Alla fine l’obiettivo prefissato viene raggiunto dall’ultimo dei componenti del gruppo, il diciannovenne Gavrilo Princip, che è favorito da una serie di circostanze eccezionalmente fortuite. Gavrilo riesce ad uccidere a colpi di pistola l’Arciduca Ferdinando e la moglie Sofie Chotek von Chotkowa, venendo immediatamente catturato(2).

Quasi un mese dopo l’uccisione dell’erede al trono, il 23 luglio, l’Austria invia in duro ultimatum alla Serbia articolato in quindici richieste, che verranno accolte solo in parte dalla Serbia, in quanto alcune erano giudicate lesive della sua sovranità; il fatto, considerato solo come un occasionale innesco, darà il via ad una inarrestabile reazione a catena, coinvolgendo un tragico gioco di alleanze e di ostilità consolidatisi nel tempo a partire dalle guerre e dagli interessi coloniali degli ultimi decenni a cavallo del XIX secolo. Questi sono solo primi inneschi iniziali del 1914:

28 luglio 1914: L’Impero d’Austria Ungheria dichiara guerra alla Serbia.

1 agosto: La Germania dichiara guerra alla Russia.

  1. 3.agosto: La Germania dichiara guerra alla Francia e invade il Belgio, mettendo in atto il piano Schlieffen.
  2. 4.agosto: L’Inghilterra dichiara guerra alla Germania; entrano in guerra il Belgio, l’Australia, il Canada (compresi Terranova e Labrador), la Nuova Zelanda, il Sudafrica.
  3. 5.agosto: L’Austria, l’Ungheria ed il Montenegro dichiarano guerra alla Russia.
  4. 6.agosto: La Serbia dichiara guerra alla Germania.

12 agosto: L’Inghilterra e la Francia dichiarano guerra all’Impero d’Austria-Ungheria.

23 agosto: Il Giappone entra in guerra a fianco della Triplice Intesa (Impero Britannico, Terza Repubblica Francese e Impero Russo, alleanza creata nel 1907).

29 ottobre: Gli ottomani attaccano la Russia, a fianco degli Imperi Centrali (Germania, Austria-Ungheria, Impero Ottomano, Regno di Bulgaria e, come alleato dell’Impero Ottomano, il Regno africano del Darfur, attualmente parte del Sudan).

2-3 novembre: La Triplice Intesa dichiara guerra alla Turchia.

L’Italia, dichiaratasi neutrale il 2 agosto 1914, entrerà in guerra come è noto nel 1915; con l’entrata in guerra degli Stati Uniti, il 6 aprile 1917, la situazione delle nazioni coinvolte nel conflitto è eloquentemente illustrata in fig.1.

Era opinione diffusa che la guerra sarebbe finita a Natale o tuttalpiù a Pasqua del 1915: si svilupperà invece in uno dei più sanguinosi conflitti della Storia dell’umanità:

La stima del numero totale di vittime della prima guerra mondiale non è determinabile con certezza e varia molto: le cifre più accettate parlano di un totale, tra militari e civili, compreso tra 15 milioni e più di 17 milioni di morti. Il totale delle perdite causate dal conflitto si può stimare a più di 37 milioni, contando più di 16 milioni di morti e più di 20 milioni di feriti e mutilati, sia militari che civili Il numero dei militari uccisi nel conflitto viene di solito stimato tra gli 8 milioni e mezzo e più di 9 milioni, con le stime più alte che arrivano oltre i 12 milioni e mezzo; le potenze Alleate ebbero all’incirca tra i 5 e i 6 milioni di soldati uccisi, mentre gli Imperi centrali ebbero più di 4 milioni di caduti militari. Le stime sui

morti civili, causati sia direttamente dalle azioni belliche che da cause collegate come malattie, malnutrizione e incidenti vari, sono molto più difficili da calcolare, variando da un minimo di 5 milioni a quasi 13 milioni con valori medi attestati tra i 6 milioni e mezzo (una delle cifre generalmente più accettate) e i 9 milioni: il calcolo delle morti civili varia molto a seconda che si consideri nel computo una parte più o meno ampia delle vittime causate da eventi correlati al conflitto ma non ricompresi totalmente in esso, come la guerra civile russa o il genocidio armeno”(4).

La Fig.2. illustra molto bene il clima di euforia che circondava l’ipotesi di “guerra lampo” (anche se il termine andrebbe più propriamente attribuito alla seconda guerra mondiale), come era inizialmente considerata.

I piani preparatori e le prime fasi della guerra. Anche se è indiscutibile che l’innesco fu dato dall’attentato di Sarajevo, il potenziale esplosivo, pronto a deflagrare, si andava accumulando da tempo nelle stanze segrete degli Stati Maggiori delle varie nazioni.

In conseguenza dell’alleanza tra Francia e Russia e dell’accordo stipulato nel 1904 con l’Entente Cordiale tra Francia e Gran Bretagna, lo Stato Maggiore tedesco, nella figura del suo capo, Alfred Graf von Schlieffen (da cui prederà il nome il piano strategico germanico), fin dal 1905 ipotizzava una guerra su due fronti: ad ovest contro la Francia e la Gran Bretagna e ad est contro la Russia.

Il piano prevedeva la rapida invasione di Belgio e Olanda (senza tener conto della loro neutralità) per poi dilagare in Francia, sfruttando l’effetto sorpresa, attraverso le Fiandre verso Parigi. L’operazione, secondo le previsioni di von Schlieffen, sarebbe durata non più di 42 giorni. Messa in ginocchio la

Francia, il grosso delle truppe si sarebbe rapidamente schierato sul fronte orientale, confidando nei lunghi tempi previstio per la mobilitazione della gigantesca macchina militare russa.

Ritiratosi Schlieffejn nel 1906, il suo posto fu assunto da Helmuth von Moltke, che, nel 1911 attuò diverse modifiche al piano Schlieffen, in qualche modo informato dei piani d’attacco predisposti dalla Francia: dal piano venne eliminata l’invasione dell’Olanda, con lo scopo di rafforzare l’apparato offensivo sul fronte belga e di distogliere alcune divisioni dirottandole verso il confine russo.

Da parte francese, con la perdita dell’Alsazia-Lorena nella guerra franco-prussiana del 1870-71, la situazione sul confine franco-tedesco si era chiaramente indebolita; nel 1891 la Francia attuò una stretta alleanza con l’Impero russo che avrebbe potuto attaccare la Germania alle spalle in caso di attacco militare alla Francia. Queste considerazioni strategiche presero corpo nel 1898 con il cosiddetto piano XIV, con intenti prevalentemente difensivi-controffensivi. Nel tempo il piano subì continui aggiornamenti, tuttavia la Francia non seppe sfruttare le importantissime informazioni fornite da una spia tedesca col nome in codice “Le Vengeur” (“Il vendicatore”), la cui identità rimarrà misteriosa. Dietro un forte compenso in denaro Le Vengeur rivelò il contenuto del primo piano Schlieffen, in cui l’esercito tedesco programmava l’invasione del Belgio e l’aggiramento dell’esercito francese sul fianco sinistro con lo scopo di marciare direttamente su Parigi. Tuttavia le rivelazioni non furono prese in considerazione, in quanto ritenute inattendibili. Dopo varie riedizioni, lo Stato Maggiore francese, al comando del generale Joseph Joffre, adottò il 15 aprile 1914 il cosiddetto Piano XVII, che si limitava a delineare le aree di schieramento della armate in caso di di guerra contro la Germania. Il piano però presentava diverse gravi lacune, tra cui si rivelerà fondamentale la pesante sottovalutazione delle forze che la Germania avrebbe messo in campo, e, di converso, sopravvalutando la capacità di impatto delle forze francesi sulle armate tedesche.

Il 4 agosto 2014 le truppe tedesche entrano in Belgio, il quale aveva respinto un ultimatum della Germania che ne imponeva la neutralità. Le truppe germaniche al comando del generale von Klück raggiunta Brussels il 19 agosto 1914 sfilarono per le vie cittadine per 72 ore ininterrotte(7).

L’invasione del Belgio fu caratterizzata dalla grande durezza del comportamento delle truppe tedesche che, esasperate da una inattesa opposizione e sollecitate a velocizzare al massimo l’avanzata per rispettare i tempi del piano Schlieffen, ricorsero anche a metodi brutali di rappresaglia e repressione per intimidire la popolazione del territorio invaso e paralizzarne la resistenza. Il 25 agosto 1914, l’intera città di Lovanio, con la sua antica università e la preziosa biblioteca ricca di 1000 incunaboli, fu abbandonata alla brutalità delle truppe tedesche che in cinque giorni consecutivi di incendi e saccheggi la ridussero in cumuli di rovine. Ben 246 abitanti, senza distinzione di sesso o di età, furono giustiziati: il ministro degli esteri tedesco, G. Von Jagow, dichiarerà che le truppe avevano reagito legittimamente a causa di una rivolta su larga scala della popolazione, che aveva violato in questo modo le convenzioni di guerra! (7)

Vinta infine, con difficoltà, la strenua resistenza del Belgio, mentre i resti dell’esercito si ritirano nella fortezza di Anversa, le armate tedesche continuano l’avanzata verso sud-ovest e il 21 agosto inizia la “battaglia delle Frontiere” contro l’esercito francese in avvicinamento da sud.

Tuttavia, nonostante I gravi errori di impostazione del piano francese, neppure il piano tedesco funzionò: la Germania aveva messo in campo una forza d’urto poderosa, ma alla fine anche I suoi piani si rivelarono inefficaci a favorire una rapida avanzata.

Le cause del fallimento della guerra lampo preconizzata dai tedeschi furono molteplici: a) La forte resistenza posta in atto dal piccolo esercito e dai civili del Belgio, b) l’efficienza del corpo di spedizione britannico, intervenuto in appoggio sul fronte belga, c) l’inattesa rapidità della reazione russa sul fronte orientale, e la resistenza offerta dalla Serbia, d) l’efficiente struttura della rete ferroviaria francese, che consentì ai francesi, anche grazie alla coraggiosa resistenza belga e all’intervento delle truppe britanniche, rapidi e tempestivi movimenti di truppe verso il fronte a contrastare l’avanzata tedesca.

La prima battaglia della Marna, combattuta tra il 5 e il 12 settembre 1914 con l’aiuto del contingente britannico, si conclude con la sanguinosa prima battaglia di Ypres e il ripiegamento generale delle truppe tedesche: si sancisce così la sconfitta definitiva del Piano Schlieffen e della “guerra lampo” sul fronte occidentale.

Non meglio procedevano le vicende sul fronte orientale, affidato anche alle forze dell’impero Austro- Ungarico, che subirà pesanti perdite nel vano tentativo di invasione del territorio serbo e negli attacchi sul fronte polacco contro I Russi. Dal canto loro le armate prussiane, nonostante gli importanti successi a Tannenberg e nella battaglia vittoriosa dei laghi Masuri (9-14 settembre), saranno infine costrette ad arenarsi su lunghi e saldi sistemi trincerati.

A questo punto la Germania si trova a dover affrontare proprio ciò che più temeva: l’attacco sui due fronti, con la Russia ad oriente, e le forze alleate ad occidente. Ha inizio così sul continente europeo la lunga, snervante e micidiale guerra di trincea, che si consoliderà come tale anche a causa della mancata determinazione degli alti comandi francesi nello sfruttare la situazione favorevole venutasi a creare con la iniziale ritirata delle truppe tedesche.

«Come era diverso qualche settimana fa quando entrammo così baldanzosamente in guerra: oggi siamo tutti pervasi da un’immensa amarezza…la battaglia su due fronti, a est e a ovest, ci distruggerà» (Frase scritte dal generale Helmuth von Moltke in una lettera alla moglie dopo la battaglia della Marna)(8).

La guerra industriale, la guerra totale. Quella che verrà chiamata “la grande guerra” o la “prima guerra mondiale”, fu in gran parte una guerra industriale, preparata con largo anticipo e con un grosso coinvolgimento dell’industria pesante, impegnata in particolare nella realizzazione di potenti corazzate, soprattutto da parte germanica, preoccupata di contrastare la supremazia inglese in questo campo: il Kaiser Guglielmo II aveva affidato al grande ammiraglio Alfred von Tirpitz il compito di preparare “… una poderosa marina militare, prevista in quaranta corazzate e sessanta incrociatori pesanti, senza spiegare perché un Paese con scarso sviluppo costiero e poche colonie, doveva avere una flotta tanto agguerrita”(8a). All’inizio della guerra la Germania aveva inoltre 5 sottomarini (U- Boot) operativi, 2 completati ma non operativi e 7 commissionati(8b). Un altro settore considerato di grande importanza strategica fu quello ferroviario, predisposto prima ancora delle ostilità sia da parte tedesca (compresa l’Austria-Ungheria), sia da parte francese in previsione della necessità di movimentare grandi masse di soldati e di rifornimenti. Non fu da meno l’impegno industriale sul piano delle armi leggere e delle armi pesanti: per esempio un ruolo fondamentale nella prima battaglia della Marna fu sostenuto dalla efficienza e dalla precisione dei cannoni da 75mm francesi. Da parte tedesca una prima versione (dal nome in codice M 14) della “grande Berta” il grosso cannone realizzato dalle industrie Krupp fu impiegata con successo contro le fortificazioni di Liegi, Namur, Anversa, Longwy, Manovillier, nonché sul fronte orientale, mentre si rivelerà del tutto inefficace ai fini della conclusione della guerra la seconda versione della “grande Berta” (nome in codice L/162 e noto anche col nome di “cannone di Parigi”), il gigantesco cannone realizzato sempre dalle industrie Krupp verso la fine del conflitto, con la canna lunga ben 40 metri, in grado di sparare proiettili da 210mm del peso di oltre 100kg fino a circa 130km di distanza(9).

Il termine di “guerra totale”, che verrà utilizzato per definire anche la seconda guerra mondiale, fu coniato dal generale tedesco Erich Ludendorff, il quale collaborò con von Schlieffen alla stesura dell’omonimo piano strategico tedesco. Il concetto di “guerra assoluta” formulato da Ludendorff comportava la mobilitazione di tutte le risorse, includendo l’intero sistema civile, attraverso il più completo coinvolgimento delle forze politiche, con la convinzione che la guerra totale fosse l’unico modo per sopravvivere al conflitto e prevaricare il nemico(10). E purtroppo fu proprio questa la piega assunta dal conflitto fin dalle primissime fasi.

Crollata rovinosamente l’idea della guerra lampo, si presentò sul piano sanitario la necessità di affrontare il problema dell’enorme afflusso di feriti provenienti dai campi di battaglia e dalle città devastate. Da un lato si erano prodotti potenti strumenti di morte, dall’altro si mobilitarono uomini e strutture per cercare di salvare vite umane o di attenuare gli effetti di ferite invalidanti.

Con la fulminea occupazione del Belgio e la ritirata dell’esercito verso Ostenda e Zeebrugge, con la conseguente perdita del controllo delle principali strutture sanitarie del paese, verso la metà di ottobre 1914 più di diecimila feriti saranno trasportati via mare o per via ferroviaria verso ospedali francesi ed inglesi messi prontamente a disposizione(7).

Tuttavia le risorse sanitarie del momento non risultarono comunque sufficienti e, come del resto si verificò in tutte le nazioni in conflitto, si dovette fare ricorso a strutture private o di volontari tra cui, in particolare, ebbe un ruolo preponderante la Croce Rossa.

L’enorme afflusso di feriti da proiettili e da schegge di granate portò in primo piano l’esigenza di un vasto impiego di apparecchiature radiologiche per aiutare I chirurghi nell’individuazione della posizione di corpi estranei da estrarre dal corpo dei feriti.

Le apparecchiature radiologiche avevano già in precedenza dimostrato ampiamente la loro utilità nell’ambito militare, a partire dal primo impiego in assoluto, operato nel maggio 1896 da parte del

colonnello Giuseppe Alvaro all’ospedale militare di Napoli su due soldati feriti il 1 marzo 1896 nella battaglia di Adua: la scoperta dei raggi X era stata annunciata ufficialmente da Röntgen il 28 dicembre 1895(11) appena cinque mesi prima dell’intervento effettuato da Alvaro.

I successivi impieghi si conformeranno alle esigenze delle numerose guerre avvicendatesi tra la fine dell’800 e I primi anni del secolo ventesimo: solo per citare i primissimi esempi di ulteriori impieghi in ambito militare, apparecchi radiologici sul campo di battaglia furono impiegati dai Greci nella guerra contro i Turchi nel 1897, nello stesso anno gli Inglesi utilizzarono apparecchi RX portatili sull’altopiano di Tirah, fra India e Afghanistan, e nel 1898 sempre dagli Inglesi, sul Nilo, nella cosiddetta “guerra del fiume”, combattuta contro un gruppo di fondamentalisti islamici(12).

All’inizio della prima guerra mondiale quasi tutti gli eserciti si erano dotati di apparecchiature radiologiche, sia con impianti mobili sia con impianti fissi presso gli ospedali militari, tuttavia nessuno aveva ipotizzato la necessità di un impiego così massiccio e diffuso che coglieva radicalmente impreparate le strutture sanitarie militari.

La consapevolezza tuttavia della assolutamente eccezionale novità della “guerra totale”, come si era da subito manifestata, e così tecnologicamente avanzata, aveva convinto gli stati maggiori di tutte le parti in campo a coinvolgere direttamente sul piano militare le figure più esperte di allora sull’impiego dei raggi X selezionandole tra le più competenti sul piano scientifico.

La radiologia militare in Francia. Il ministro della guerra, Alexandre Millerand, aveva contattato fin dall’inizio delle ostilità Maria Curie, già Premio Nobel per la Fisica nel 1903 e Premio Nobel per la Chimica nel 1911, che aveva dato immediatamente la sua piena disponibilità per la progettazione e la realizzazione del piano radiologico militare. Il primo di gennaio 1915 Maria Curie scriveva al Fisico Paul Langevin, suo amico e brillante collaboratore (in particolare inventore per conto dell’esercito di una tecnica per l’individuazione dei sommergibili mediante ultrasuoni):

Sono decisa a mettere tutte le mie forze a disposizione della mia patria d’adozione, poiché in questo momento non mi è possibile fare nulla per la mia sfortunata patria nativa …”(13).

Maria Curie descriverà la sua esperienza in un celebre volumetto di 143 pagine, con 11 figure e 16 tavole fuori testo, pubblicato nel 1921, dal titolo “La radiologia e la Guerra”, in cui l’autrice figura curiosamente come “Signora Pierre Curie” (14).

Le difficoltà che la Nostra si trovò ad affrontare furono subito numerose: prima di tutto non fu possibile progettare un unico tipo di impianto fisso, in quanto la distribuzione dell’energia elettrica in Francia era tutt’altro che uniforme: in alcune zone la rete era a tensione continua e in altre era di tipo alternato, e lo stesso voltaggio cambiava da zona a zona. Nei casi in cui la corrente elettrica di rete non era disponibile furono predisposti dei gruppi elettrogeni che fornivano anche l’illuminazione negli ospedali da campo. I gruppi elettrogeni per le postazioni semi-fisse fornivano una tensione alternata di 110V con una potenza di 3kW, Altri gruppi da 1 o 2kW, più leggeri e meno ingombranti venivano trasportati a bordo di autovetture. I gruppi elettrogeni più potenti venivano utilizzati anche presso gli ospedali di piccole città come fonte alternativa in caso di mancanza dell’energia elettrica principale. La Nostra descrive in questo volume anche un’insolita “valvola raddrizzatrice” di tipo elettrolitico, con lo scopo di alimentare gli apparecchi radiogeni con tensione pulsata a senso unico.

Risolto il problema dell’alimentazione elettrica, Maria Curie si occupò direttamente del progetto delle sale radiologiche negli ospedali militari, ma dove riuscì ad essere particolarmente sorprendente fu nella progettazione di ambulanze radiologiche destinate all’assistenza in vicinanza delle prime linee. L’idea delle apparecchiature radiologiche su autovetture non era nuova per l’esercito francese, che

ne aveva sperimentato almeno un esemplare nel 1904; tuttavia anche sporadici modelli successivi non supereranno il livello di prototipo. Maria Curie riuscirà lei personalmente ad allestire 18 vetture radiologiche, realizzate con l’aiuto di donazioni da parte di privati cittadini, che, oltre a fornire le vetture, in alcuni casi forniranno anche i fondi per l’allestimento radiologico; un aiuto prezioso sarà costituito dalle risorse messe a disposizione dal “Patronage National des Blessée”, il patronato nazionale dei feriti di guerra. Ad ulteriore testimonianza del totale coinvolgimento a tutti i livelli della popolazione civile, Maria Curie ricorderà con orgoglio che “la prima vettura radiologica realizzata di mia iniziativa è stata fornita dall’Unione delle Donne Francesi ed equipaggiata a loro spese”(14). Le ambulanze radiologiche mobili leggere passeranno alla storia con il nome di “Petites Curie”.

Contemporaneamente, sempre sotto la direzione di Maria Curie, il Servizio Sanitario allestiva degli impianti più complessi montati su automezzi più pesanti con funzione di postazioni semi-fisse.

Maria Curie non si limitò alla pregettazione e alle direttive sulla gestione delle apparecchiature, ma curò con grande cura e attenzione la preparazione del personale medico e ausiliario coadiuvata efficacemente dalla figlia primogenita Irene (premio Nobel per la Chimica nel 1935), appena diciottenne agli inizi delle ostilità. Ponendosi non di rado lei stessa alla guida delle vetture (Fig. 5), Maria si recherà anche al fronte, accompagnata da Irene, per istruire e formare il personale militare non abituato ad utilizzare apparecchiature radiologiche.

Organizzati nel 1917 corsi specifici per giovani donne presso l’Istituto del Radium, da lei diretto, preparerà 150 ausiliarie di radiologia, o “manipulatrices en radiologie” (in qualche modo corrispondenti agli attuali tecnici sanitari di radiologia medica). I programmi comprendevano lezioni teoriche sull’elettricità e i raggi X, e lezioni di anatomia, con esercizi pratici, per una durata

complessiva di sei mesi. La formazione era destinata soprattutto a personale femminile infermieristico, sia militare che della Croce Rossa, ma anche a giovani donne senza titoli particolari(16).

“Le métier de manipulatrice en radiologie, convient parfaitement à des femmes d’instruction moyenne, à condition qu’elles aient de l’intelligence, de l’activité et une certaine capacité de dévouement indispensable dans les relations avec les malades” (14).

Accompagnata dalla figlia Irene, Maria non disdegnerà di occuparsi direttamente della esecuzione di esami radiologici, sia in grafia che in scopia, e sia lei che la figlia si esporranno a dosi di radiazioni tutt’altro che trascurabili. A questo proposito vale la pena di ricordare che l’unico tipo di tubo generatore dei raggi X disponibile in quel momento era il tubo a catodo freddo e pressione residua di gas, più noto con il nome di tubo di Crookes. Le condizioni di funzionamento di questo tipo di tubo radiogeno venivano obbligatoriamente controllate esaminando il tipo di fluorescenza che si produceva al suo interno durante l’emissione di radiazioni, il che impediva la possibilità di racchiuderlo in una conveniente schermatura, che in ogni caso poteva essere solo parziale; in certe situazioni, con alcune tipologie di tubi, poteva essere richiesto l’intervento diretto dell’operatore per ripristinare il corretto valore della pressione del gas all’interno del tubo. Nonostante gli addetti fossero dotati di protezioni alquanto rudimentali (ma talvolta nemmeno di queste), la possibilità di forti esposizioni era tutt’altro che remota, anche considerando le condizioni di pesante emergenza in cui si potevano trovare a dover operare.

La radiologia militare in Germania (con qualche doverosa divagazione). La patria di Wilhelm Conrad Röntgen, non si presentava del tutto impreparata sul piano della radiologia militare.

Già nel 1902 l’esercito aveva attrezzato dei carri trainati da cavalli in cui l’attrezzatura radiologica veniva trasportata in perfetto ordine(7). Nel 1903 il Generale Medico W. Stechow, pubblica un importante trattato dal titolo “Il Metodo ntgen nell’impiego militare”. Nel 1907 carri ferroviari appositamente attrezzati e completi di accessori e camera oscura erano divenuti uno standard per il Servizio Medico dell’esercito germanico. All’inizio della guerra, nel 1914, erano già disponibili 12 vagoni di questo tipo e ne furono predisposti altri 20(7). Poco più tardi entreranno in funzione le autovetture radiologiche, equipaggiate con gruppi elettrogeni, inizialmente dotati di dinamo in grado di fornire 65V a 15A in tensione continua(7), e successivamente attrezzati con alternatori. In alcuni casi, come per le ambulanze leggere francesi, le dinamo erano azionate direttamente dal motore dell’automobile ed erano situate sotto il sedile del guidatore (nel caso francese le dinamo erano installate sul predellino della macchina) (7).

Le ditte fornitrici delle apparecchiature si occupavano anche di fornire il personale appositamente preparato: spesso si trattava di Ingegneri, o di professori di Fisica, che venivano arruolati forzatamente, ma anche di altri Fisici.

Tra questi ultimi merita ricordare brevemente Lise Meitner (Fig. 6), un’altra figura di donna-scienziato che venne coinvolta ad operare nel campo radiologico durante la guerra.

La vita di Lise Meitner seguì un percorso ed un destino molto diverso da quello di Maria Curie.

Nata a Vienna nel 1878, di famiglia ebraica, fu allevata nella religione protestante. Poiché le donne non erano ammesse agli studi superiori, concluse la sua formazione scolastica con la scuola media; riuscirà tuttavia a diplomarsi da autodidatta nel 1901, a 22 anni, presso il Ginnasio Accademico di Vienna.

Ottenuto il diploma, potrà iscriversi all’Università, dove seguirà gli studi di Fisica, Matematica e Filosofia, e dove avrà tra gli insegnanti Ludwig Boltzmann. Nel 1906 sarà la seconda donna a conseguire il dottorato in Fisica all’Università di Vienna. Presenterà la domanda per inserirsi nel prestigioso Istituto del Radio di Parigi, diretto da Maria Curie, ma la sua richiesta non verrà accolta. Entrerà comunque a far parte dell’Istituto di Fisica Teorica di Vienna.

Nel 1907 Lise Meitner si trasferisce a Berlino, per seguire le lezioni di Max Planck. Nella capitale germanica conosce un giovane chimico, Otto Hahn, con il quale inizia una collaborazione che durerà trent’anni. Dato che a quell’epoca in Prussia le donne non erano ammesse all’Università, Lise sarà accettata solamente come “ospite non pagato”: doveva entrare dalla porta di servizio e non poteva accedere alle aule e ai laboratori degli studenti. Il divieto verrà annullato solo nel 1909, quando verra ufficialmente il diritto allo studio anche alle donne.

In questo periodo Lise produrrà importanti lavori nell’ambito della radioattività e della Fisica nucleare, entrando in contatto anche con Albert Einstein e Maria Curie.

Con lo scoppio della Prima guerra mondiale viene reclutata come infermiera di radiologia per l’esercito austriaco in un ospedale militare del fronte orientale, mentre Otto Hahn viene chiamato a partecipare ai progetti di ricerca sui gas asfissianti.

Non sarebbe giusto concludere questi brevi cenni sulla biografia di Lise Meitner senza ricordare l’importanza, spesso drammaticamente misconosciuta, di questa donna nella Storia della Fisica.

Mentre era in corso la guerra, e Hahn era ancora al fronte, Lise scoprì l’isotopo a lunga emivita del Protoattinio, il 231Pa91; l’elemento, che in un primo trempo era stato chiamato “Brevio”, era stato osservato per la prima volta nel 1913 nella sua forma instabile (234mPa, t½ 1,17 minuti). Nel 1949 la scoperta verrà attribuita anche a Otto Hahn, e l’elemento prenderà definitivamente il nome di “Protoattinio”.

Nel 1933, a causa delle sue origini ebraiche, anche se convertita al protestantesimo, a Lise viene ritirato il permesso di insegnamento; poteva tuttavia continuare, nel laboratorio diretto da Hahn, gli esperimenti e le ricerche sull’irraggiamento della materia mediante neutroni. Nel 1938 con l’annessione dell’Austria alla Germania, Lise diviene cittadina tedesca: le sue origini ebraiche non erano più tollerate. In fuga attraverso l’Olanda e la Danimarca, si rifugia in Svezia, senza perdere I contatti con il laboratorio di Hahn. Il 19 dicembre 1938, Hahn, che aveva proseguito gli esperimenti iniziati da Enrico Fermi nel 1934, le scrive di uno strano fenomeno osservato irradiando l’Uranio con neutroni lenti e che non riusciva a spiegare.

Due mesi dopo, l’11 febbraio 1939, Lise Meitner pubblica sulla rivista Nature, insieme a suo nipote Otto Robert Frisch, un articolo in forma di lettera di sole due pagine intitolato “Disintegration of Uranium by Neutrons: a New Type of Nuclear Reaction”, in questo breve articolo, in cui si spiegavano le ragioni teoriche del fenomeno osservato da Hahn, si ponevano le basi per lo studio della fissione del nucleo e per i successivi sviluppi dell’impiego dell’energia nucleare!

Durante la seconda guerra mondiale, Lise, da convinta pacifista come del resto fu anche Hahn, si rifiutò di partecipare agli studi per la realizzazione della prima “bomba atomica”; nonostante le pressanti richieste degli Stati Uniti rimase in esilio in Svezia.

Per gli studi sulla fissione, Otto Hahn riceverà nel 1945 il Premio Nobel per la Chimica, ma non sarà fatto nessun accenno al ruolo avuto da Lise Meitner.

Dopo la seconda guerra sarà messa a capo della sezione di Fisica Nucleare del Policlinico di Stoccolma, e interverrà con incarichi di insegnamento, in qualità di ospite, presso numerose Università americane.

Lise morirà nel 1968 a Cambridge, dove aveva passato gli ultimi otto anni della sua vita ospite di suo nipote. Nello stesso anno morirà anche Otto Hahn(17) .

La radiologia militare in Italia. In seguito al già citato episodio dell’Ospedale di Napoli, l’esercito italiano non aveva trascurato l’attenzione verso l’impiego della radiologia nell’ambito militare. Valutata l’importanza di poter disporre di apparecchiature radiologiche accanto alle linee del fronte per gli interventi più urgenti, l’esercito aveva commissionato la produzione di un’apparecchiatura radiologica mobile alla Ditta Balzarini di Milano (Fig. 7). L’apparecchiatura era immagazzinata in sei casse destinate ad essere trasportate a dorso di due muli, e comprendeva tutto il necessario per impiantare un gabinetto radiologico da campo (18).

L’apparecchiatura radiologica mobile della Ditta Balzarini si fece onore nel corso della guerra italo – turca del 1911, nota anche col nome di “guerra di Libia” o “della Tripolitania”, in cui l’Italia si confrontò vittoriosa contro l’Impero Ottomano per conquistare le regioni nordafricane della Tripolitania e della Cirenaica. In questa guerra si assisterà in particolare ad un prepotente sviluppo dell’impiego di elementi, per l’epoca tecnologicamente molto avanzati, che coglieranno impreparate le forze ottomane: oltre all’impiego dell’apparecchiatura radiologica da campo, per la prima volta sarà utilizzato l’aereo per bombardamenti (consistenti nel lancio di granate a mano dall’aereo), ma anche

risulteranno determinanti per l’esito della guerra l’utilizzo di apparecchiature radio per le comunicazioni, e, soprattutto il primissimo impiego militare di automobili e motociclette per il movimento di truppe(19). Non si può escludere che questo conflitto abbia determinato un effetto destabilizzante di sui territori delle colonie originando la serie di concause che daranno l’avvio alla grande guerra (19a).

L’apparecchio radiologico da campo, denominato “tipo Ferrero di Cavallerleone” si metterà in evidenza anche nella prima guerra dei Balcani scoppiata nel 1912, combattuta dalla Lega Balcanica (Montenegro, Bulgaria, Serbia e Grecia) contro l’Impero Ottomano: l’apparecchiatura verrà utilizzata su militari feriti nel conflitto che saranno inviati dalla Croce Rossa austrica, francese, russa, e montenegrina(20).

Fig. 7. L’apparecchio radiologico militare tipo “Ferrero di Cavallerleone” della prima guerra mondiale esposto al Museo Storico Italiano della Guerra, a Rovereto.

Il 24 maggio 1915, rotti gli accordi difensivi sanciti nel 1882 con la “triplice alleanza”, tra Germania Austria e Italia, l’Italia si schiera a fianco della “triplice intesa” (un patto che dal 1907 legava Inghilterra, Francia e Russia), e dichiara guerra all’Austria-Ungheria. All’Italia vengono promesse espansioni territoriali in caso di vittoria, con l’acquisizione del Trentino, del Tirolo del sud, di Trieste, Istria e Dalmazia.

Il Servizio Sanitario Militare dell’Esercito Italiano era costituito dai soldati del Corpo di Sanità Militare, sotto il Comando del gen Della Valle, al quale si univano i sanitari militarizzati dell’apparato della Croce Rossa Italiana (personale medico e “Dame della Croce Rossa”, cioè crocerossine volontarie) coadiuvato dal personale infermieristico sempre volontario facente parte di vari comitati assistenziali quali i Cavalieri di Malta, quelli dell’Ordine dei SS Maurizio e Lazzaro, i Gesuiti(21). Il Sovrano Militare Ordine di Malta (S.M.O.M.) metterà a disposizione anche un proprio treno ospedale, che fornirà un servizio molto apprezzato sul fronte franco – italiano(22).

“Nel territorio dove già si disponeva in tempo di pace di 28 ospedali militari principali, di 2 ospedali militari succursali, di 31 infermerie presidiarie e di 6 depositi di convalescenza si dovette cominciare con l’ampliare questi stabilimenti e quindi ad aumentarne il numero: per modo che l’Intendenza Generale dell’Esercito mobilitato aveva già, fin dal 1916, a sua disposizione, 948 Ospedali di riserva dell’Esercito, 146 Ospedali territoriali della Croce Rossa, un ospedale del Sovrano Militare Ordine di Malta e 21 Depositi di convalescenza, con una capacità complessiva 259.570 posti letto per uomini di truppa e 8.874 per ufficiali. Negli anni 1917-1918 i posti letto vennero portati a 306.963, ripartiti in 1.412 stabilimenti sanitari …”(23).

Agli inizi ci fu una certa discussione su come attrezzare le apparecchiature di radiologia da utilizzare sui campi di battaglia: se aumentare la dotazione di apparecchiature trasportabili dovunque, a dorso di mulo, come quelle della ditta Balzarini, o se affidarsi alle più veloci unità radiologiche autotrasportate, che però erano vincolate alla disponibilità di strade percorribili e di rifornimenti di carburante. Alla fine fu deciso di adottare entrambe le soluzioni, da impiegare secondo le esigenze del momento. La progettazione delle prime autoambulanze radiologiche militari italiane fu affidata ad un radiologo di chiara fama, il prof. Felice Perussia(24). Il Perussia, libero docente di Patologia Medica, primo docente di Radiologia in Italia presso gli atenei di Pavia e di Milano, aveva avuto modo di collaborare con Röntgen nei suoi primi esperimenti ed era stato nel 1913 il fondatore de “La Radiologia Medica”, la prima rivista italiana di radiologia(24a).

Come mezzi ausiliari diagnostici furono allestite 9 autoambulanze radiologiche, con personale tecnico e con gli apparecchi più moderni e più perfezionati per l’esecuzione di radioscopie e di radiografie che potevano così praticarsi anche in zona molto avanzata. Peraltro, ogni ospedale da campo disponeva dell’apparecchio portatile che, ideato dal generale medico Ferrero di Cavallerleone, portava il suo nome. (25)

Molto spesso erano gli stessi medici radiologi che si ponevano alla guida delle ambulanze, mentre alcuni militari addetti alle apparecchiature venivano inquadrati in squadre speciali individuate da particolari fregi apposti sul braccio sinistro e costituiti dall’immagine di un tubo di Crookes che sormontava una grande X ricamata(26). “ … Per curiosita’ ti dico che la X del fregio e’ di colore rosso mentre il tubo e’ color argento per la truppa e color oro per gli ufficiali che si occupavano di radiazioni, con i ricami interni di colore nero …”(27) .

Note finali. Nonostante l’Italia abbia allestito alcune navi ospedale all’inizio del conflitto, non risulta che a bordo fossero installati apparecchi radiologicici. Poche anche le notizie su quegli apparecchi radiologici che effettivamente furono installati a bordo di navi ospedale francesi, tedesche e americane: probabilmente la relativa fragilità delle apparecchiature dell’epoca ne sconsigliava la diffusione a bordo delle navi. Scarso successo avrà anche il tentativo di trasporto su aereoplani: in Francia l’allestimento di aereoplani adibiti al trasporto di apparecchiature radiologiche non supererà il livello sperimentale (28).

Una poco nota conseguenza dell’invasione del Belgio fu la crisi della disponibilità di lastre di vetro di qualità per il supporto delle emulsioni fotografiche utilizzate in radiografia: infatti, prima dello scoppio della Grande Guerra la quasi totalità di queste lastre proveniva dal Belgio. Nel 1905, infatti, un belga, di nome Fourcault aveva escogitato una procedura per la produzione a costi ragionevoli di lastre di vetro a superfici piane e parallele, particolarmente precise ed uniformi, apprezzate ed esportate dovunque. In seguito all’invasione del Belgio, la produzione cessò, mettendo in crisi tutta la radiologia mondiale. Per la registrazione delle immagini radiologiche si sviluppò quindi una ricerca di supporti diversi dal vetro, che fossero meno fragili e quindi più adatti ai campi di battaglia. La ditta belga Gevaert realizzerà una speciale carta sensibile. Alcuni fogli di carta radiografica, oltre alle

normali lastre in vetro, facevano parte della normale dotazione degli apparecchi radiologici tipo Ferrero di Cavallerleone. Dopo una prima realizzazione di supporti in cellulosa, prodotti nel 1914 dalla americana Eastman Kodak, nel 1918 la stessa ditta produrrà dei supporti a film a doppia emulsione, mettendo definitivamente la parola “fine” all’uso delle lastre in vetro , di cui resterà solo il nome, ancora oggi utilizzato per i supporti trasparenti delle immagini radiologiche(29).

Nonostante il tubo radiologico a catodo caldo e a vuoto spinto (alla base della tecnologia in uso ancora oggi) venisse proposto per il brevetto da William D. Coolidge già nel 1913 (sarà poi ufficialmente brevettato nel 1916: U.S. Pat. No. 1,203,495, oct. 31, 1916), per tutta la durata della Grande Guerra saranno utilizzati quasi esclusivamente i tubi a catodo freddo e pressione residua di gas (tubi di Crookes). Solo verso la seconda metà del periodo di guerra il tubo di Coolidge farà la sua comparsa al seguito delle truppe americane dislocate in Europa(7). Come si è accennato più sopra, i tubi di Crookes per le loro specifiche caratteristiche di funzionamento, contrariamente ai ben più stabili ed efficienti tubi di Coolidge, non potevano essere completamente schermati: se da un lato questo fatto portò allo sviluppo di specifici dispositivi di protezione individuali, questi dispositivi a causa del loro peso, costo ed ingombro erano raramente utilizzati, e soprattutto nell’impiego campale erano ridotti a quello che allora si riteneva fosse il minimo indispensabile(30). Questo fatto comporterà numerose pericolose sovraesposizioni non solo per il personale addetto, ma anche per le stesse persone sottoposte ad esami radiologici; tuttavia è innegabile che, nelle particolari circostanze della guerra, i benefici tratti con le vite salvate furono molto maggiori dei danni collaterali, che comunque non furono trascurabili.

Oltre a Maria e Irene Curie e a Lise Meitner, altre figure femminili di alto livello scientifico- professionale faranno la loro parte nell’ambito della radiologia militare della prima guerra mondiale, contribuendo al superamento inarrestabile del ruolo delle donne rispetto l’immagine di subordine a loro attribuita fino a quel momento:

Florence Ada Stoney; la prima donna medico radiologo del regno unito; si offrì volontaria nella Croce Rossa Inglese, ma, nonostante la sua pluriennale esperienza in ambito radiologico la sua collaborazione fu rifiutata perché donna. Si arrulò allora nella Croce Rossa Belga, recandosi ad Anversa, dove diresse un’unità chirurgica in un ospedale di fortuna.

Ritornata in Inghilterra nel 1915, iniziò un lavoro a tempo pieno nell’Ospedale miltare di Fulham con 1000 letti(30a).

Edith Anne Stoney; sorella di Florence, è considerata come la prima “Fisico Medico” donna. Nel 1898 era lettore di Fisica all’Università di Londra; oltre a preparare i corsi, tra i suoi primi compiti c’era quello di predisporre il laboratorio di Fisica. Anche lei, come la sorella, fu respinta dalla Croce Rossa Inglese perché donna. Dopo aver operato in varie organizzazioni femminili a supporto dei soldati al fronte, Edith si occuperà di pianificare e gestire le unità radiologiche presso un ospedale da campo a Troyes. Promuoverà la tecnica stereoscopica per

l’individuazione radiologica di proiettili e schegge di bombe, e, sempre in ambito radiologico, scoprirà una specifica metodica diagnostica per individuare gli inizi di cancrena nelle ferite, in modo da consentire un tempestivo intervento chirurgico(30b)(30c).

Gertrude Dunn; nata a Vittoria, in Australia. Educata in Inghilterra, studia radiologia in America, all’Università di Stanford. Membro dell’Unità Chirurgica di Harward, con

l’intervento in guerra degli Stati Uniti nel 1917 giunge in Europa al seguito della Croce Rossa Americana; presterà servizio sul fronte occidentale nell’armata inglese, venendo posta a capo dell’Unità Radiologica nell’Ospedale Generale n.22(30d).

Agnes Forbes Blackadder-Savill; laureatasi in medicina nel 1898, Agnes Forbes sposa nel 1901 Thomas Dixom Savill, anche lui medico, e inizia la sua carriera a Londra, dove diviene consulente in dermatologia ed elettro-terapia. Qui matura anche una grande esperienza

nell’ambito radiologico. E’ membro dal 1904 del Collegio Reale dei Medici d’Irlanda. Agli inizi della guerra si unisce allo staff degli Ospedali Scozzesi Femminili (Scottish Women’s Hospotals) ed entra in Francianel maggio 1915 ponendosi al servizio dell’Ospedale Royaumont, a circa 40 chilometri da Parigi, dove è messa a capo dei reparti di radiologia e di elettroterapia. Assieme a quelli di Edith Anne Stoney, sono considerati pionieristici i suoi lavori sulla diagnosi radiologica della cancrena gassosa, diagnosi di importanza fondamentale per prendere decisioni sulla eventuale amputazione di arti feriti nei combattenti(30e).

A rimarcare le sue competenze scientifiche in ambito radiologico, riconosciute a livello internazionale, Agnes viene per esempio citata per le sue conoscenze sulla dosimetria dei raggi X in un lavoro di Giulio Ceresole del 1920 (30f).

La grande varietà di mezzi offensivi e la enorme varietà nella tipologia delle ferite prodotte comportarono una conseguente evoluzione nelle conoscenze mediche: in particolare la speciale tipologia delle ferite prodotte in conseguenza della guerra di trincea, con una prevalenza di ferite alla testa, costituirà un terreno “ideale” per lo sviluppo delle conoscenze neurologiche. Anche la radiologia si troverà ad affrontare nuove problematiche con la necessità di individuare mediante lo studio geometrico delle proiezioni radiologiche la posizione degli oggetti estranei nei corpi dei feriti.

Racconterà a questo proposito Irene Curie:

“Mia madre mi ha insegnato a usare le apparecchiature, le quali non assomigliavano granché agli strumenti perfezionati in uso attualmente, e mi portò con come operatrice in molte delle sue spedizioni, tra il novembre 1914 e il marzo 1915. […] Mia madre non dubitava delle mie capacità più di quanto non dubitasse delle sue e mi lasciò sola, a 18 anni, con la responsabilità del servizio di radiografia in un ospedale anglo-belga a pochi chilometri dal fronte, presso Ypres, con il compito improbo, per giunta, di insegnare i metodi di localizzazione a un medico militare belga nemico delle più elementari nozioni di geometria.”(31).

Per aiutare anche i chirurghi “… nemici delle più elementari nozioni di geometria” furono escogitati numerosi dispositivi: tra i più noti sul fronte francese, oltre al “compasso” (o “bussola”?) di Hirtz, utilizzato in grafia, è spesso citato il “compasso” di Nemirowsky, da utilizzare in scopia(28).

Sul fronte italiano veniva utilizzata una tecnica, utilizzabile solo in scopia, suggerita da Carlo Baese: “In 1915 Carlo Baese, an Italian military physician, moved the patient during fluoroscopy to localize metallic foreign bodies more precisely(32). La tecnica inventata dal fiorentino Baese, ingegnere e non medico, consisteva in realtà nel muovere simultaneamente il tubo radiogeno e uno schermo fluoroscopico collegati da una leva; a questa tecnica, citata da Alessandro Vallebona(33), fa anche riferimento in un suo lavoro R. Van Tiggelen(34). Carlo Baese è anche spesso ricordato negli studi sulla storia delle tecniche di ricostruzione tridimensionali per un suo brevetto sulla ricostruzione di oggetti tridimensionali con tecniche fotografiche (U.S. pat. No. 774.594, nov. 8, 1904).

Bibliografia. La vastità e complessità dell’argomento da trattare, ha richiesto necessariamente un drastico lavoro di riduzione e sintesi. A questo proposito sono state di fondamentale aiuto le risorse disponibili in internet (in particolare quelle fornite da Wikipedia) alle cui pagine riportate in elenco si rinvia il lettore interessato ad approfondimenti sugli argomenti trattati.

(1) http://it.wikipedia.org/wiki/Crna_ruka

(8a) Alberto Torresani, “1914: la luce si spense sul mondo”, Studi Cattolici, 641/42, Luglio-Agosto 2014, pp. 526 – 529

(8b) https://it.wikipedia.org/wiki/Battaglia_del_mar_Mediterraneo_(1914-1918)

  1. http://www.earmi.it/balistica/berta.htm
  2. http://it.wikipedia.org/wiki/Guerra_totale
  3. Una dettagliata descizione dell’intervento si trova alle pagg. 26- 33 del volumetto “I Raggi Roentgen di M. Ciutiis, 1896, consultabile sul sito

http://www.amber-ambre-inclusions.info/nuova%20raggi_x radon.htm

  1. http://www.aip.org/history/curie/war1.htm
  2. La Radiologie et la Guerre”, par M.me Pierre Curie, professeur à la Sorbonne, Librairie Félix Alcan, Paris, 1921.
  3. http://www.fisicamedica.it/museo_virtuale/02_sezioni/articoli/data/2009_1_Chicotot.pdf
  4. http://jose.punter.free.fr/lerledu.htm
  5. http://it.wikipedia.org/wiki/Lise_Meitner
  6. http://it.wikipedia.org/wiki/Guerra_italo-turca

(19a) Franco Cardini, Sergio Valzania, “La Scintilla”, Edizione Mondadori, 2014

  1. Cardinale A. E., “Immagini e segni dell’uomo. Storia della Radiologia Italiana”, Idelson – Gnocchi; 1995 citato da:

http://www.fisicamedica.it/museo_virtuale/02_sezioni/articoli/data/2008_4b_RX_Rovereto.pdf

  1. http://www.cimeetrincee.it/sanita.htm
  2. http://www.fisicamedica.it/museo_virtuale/02_sezioni/articoli/data/Radiologia%20al%20f ronte%201.pdf
  3. zio_Sanitario_Militare_nella_Guerra.pdf
  4. Felice Perussia, “La prima automobile radiologica italiana”, Radiologia medica, vol. 2, fasc. 6, giugno 1915

(24a) http://it.wikipedia.org/wiki/Felice_Perussia

  1. zio_Sanitario_Militare_nella_Guerra.pdf
  2. http://www.fisicamedica.it/museo_virtuale/02_sezioni/articoli/data/Radiologia%20al%20fro nte%201.pdf
  3. Massimo Zambianchi, comunicazione privata
  4. http://www.fisicamedica.it/museo_virtuale/02_sezioni/articoli/data/2009_1_Chicotot.pdf

_sa_per_pdf.pdf

  1. er_pdf.pdf

(30a) http://en.wikipedia.org/wiki/Florence_Stoney (30b) http://sciencegrrl.co.uk/edith-stoney/

(30c) http://en.wikipedia.org/wiki/Edith_Anne_Stoney (30d) http://www.vlib.us/medical/xray/dunn.htm

(30e) http://camc.wordpress.com/2013/01/28/doctor-agnes-forbes-blackadder-savill/ (30f)http://www.fisicamedica.it/museo_virtuale/02_sezioni/articoli/data/Art_Ceresole%20IV%20 Parte.pdf

  1. http://oggiscienza.wordpress.com/2014/06/19/la-donna-che-curo-il-fronte
  2. http://www.arrs.org/publications/HRS/diagnosis/RCI_D_c15.pdf
  3. http://www.fisicamedica.it/museo_virtuale/02_sezioni/articoli/data/Stratigrafia.pdf
  4. R. Van Tiggelen, “In search for the third dimension: from radiostereoscopy to three- dimensional imaging”, JBR-BTR. 2002 Oct-Nov;85(5):266-70.