A cura di Giuseppe Scalzo e Giancarlo Gialanella.

 

 

Quando si parla di energia nucleare il problema principale che si sente è più o meno sempre lo stesso: il problema delle scorie radioattive.

Ricordiamo che le scorie radioattive nei reattori nucleari derivano in massima parte dal combustibile esaurito che ne contiene circa il 5% della sua massa e che sono costitute da elementi diversi di cui alcuni con tempi di decadimento molto lungo. Un reattore nucleare da 1000 MW (quello più utilizzato) produce all’incirca ogni anno 30 tonnellate di combustibile esaurito con volume che può essere da 10 a 30 m3.

Per quanto riguarda le modalità per trattare il combustibile irradiato ricordiamo le due principali e cioè:

• Immagazzinamento in contenitori resistenti e conservandolo molto semplicemente come vedremo nel prosieguo.

• Riciclarlo per un recupero della parte che può ancora essere utilizzata con drastica riduzione della parte non utilizzabile e trattare quest’ultima con il metodo sopra detto.

Si fa presente come le scorie prodotte da un reattore in circa 10 anni di vita occupano un volume pari a tre carrozze di un treno merci. Se vogliamo fare un confronto con una centrale a carbone della stessa potenza di quella di un reattore nucleare di 1000 MW, quella a carbone produce ogni anno circa 400.000 m3 di ceneri che contengono circa 3.000 m3 di metalli pesanti di cui alcuni molto tossici che dovrebbero essere dispersi nell’ambiente.

Ovviamente per i rifiuti nucleari si deve scegliere un luogo sicuro come ad esempio una galleria ferroviaria abbandonata e quindi sicuramente non più suscettibile di utilizzo, stabile dal punto di vista geologico, impermeabile all’acqua (si può però impermeabilizzare facilmente).

Alcuni propongono di utilizzare anche le miniere di salgemma abbandonate che per il fatto di avere contenuto il sale sono stabili e impermeabili all’acqua (altrimenti il sale non sarebbe giunto fino a noi essendo solubile in acqua).

Per rendere le scorie altamente sicure si può utilizzare sia la tecnica della vetrificazione che quella della mattonificazione due strutture che non scambiano ioni con l’ambiente se per qualche motivo (molto remoto) dovessero venirvi a contatto. E’ stato inoltre anche studiato il processo di trasmutazione che consiste nel trattare gli elementi radioattivi a vita lunga dentro ad appositi reattori nucleari per trasformarli in elementi a vita più breve. Questo processo risolverebbe il problema delle scorie radioattive definitivamente.

Interessante è il paragone tra il volume dei rifiuti nucleari e quello degli altri rifiuti industriali tossici. Nel 2000, nell’Unione Europea, il volume delle scorie nucleari ad alta radioattività era di 150 m3 e il volume comprendente anche le scorie nucleari a bassa attività era di 80.000 m3  mentre il  volume dei rifiuti industriali tossici era di 10 milioni di metri cubi e quello di tutti i rifiuti industriali era pari a un miliardo di metri cubi. E’ vero che la gestione dei rifiuti industriali tossici e quella dei rifiuti nucleari, a corto o a lungo termine, sono difficilmente comparabili ma i rifiuti tossici industriali sono posti nelle discariche di classe 1 e restano tali in eterno e quindi  presenteranno sempre la stessa pericolosità con il passare del tempo se non di più a causa del deterioramento dei fusti che li contengono. I rifiuti nucleari contrariamente ai rifiuti chimici come l’arsenico, il piombo, il cadmio, la cui durata di vita è infinita riducono la loro pericolosità con il passare del tempo e dopo un certo tempo, che dipende dal loro tempo di dimezzamento, cessano di essere radioattivi anche se per alcuni occorrono lunghissimi periodi di tempo.

Inoltre proprio per le loro caratteristiche di emettere radiazioni i rifiuti nucleari devono essere inseriti in contenitori ad alto spessore di acciaio e ultimamente si pensa di rivestirli anche con un ulteriore spessore  di bronzo in quanto questo materiale si è dimostrato molto resistente al deterioramento (vedi i reperti bronzei rinvenuti in ottimo stato di conservazione dopo qualche migliaio di anni in mare).