A cura di Giuseppe Scalzo e Giancarlo Gialanella.

 

Tutte le attività umane sono a rischio di incidenti e il rischio aumenta con la complessità dei meccanismi e degli impianti usati.

D’altronde anche il progresso e il benessere aumentano con lo sviluppo di meccanismi e sistemi sofisticati.

Naturalmente anche la produzione di energia, che è alla base dello sviluppo dell’uomo, è a rischio di incidenti. Il fuoco ha segnato una svolta per l’umanità, che ha imparato a padroneggiarlo sebbene pericoloso: la storia infatti è ricchissima di episodi di incendi, in particolare di esplosioni di depositi di combustibili. Come hanno detto in molti, se non si fosse mai rischiato non avremmo neppure il fuoco: saremmo all’età della pietra.

In realtà in nessuna attività umana c’è rischio zero in quanto il rischio zero non esiste e non può esistere. Viaggiamo in aereo anche se ogni tanto qualche aereo cade. Viaggiamo in auto anche se ogni anno in Italia muoiono varie migliaia di persone in incidenti d’auto. Si tratta quindi di effettuare le scelte che rendano minimo il rapporto rischio/benefici.

Purtroppo, è intrinsecamente complicato stimare il rischio in quanto la sua stima si basa per lo più sull’analisi degli eventi catastrofici avvenuti in passato e inoltre non sempre l’analisi può essere fatta   su basi completamente obiettive, essendo inevitabilmente soggetta a interpretazioni soggettive, cui si aggiunge spesso l’ideologizzazione del problema.

L’incidente di Cernobyl, aprile 1986, è un chiaro esempio di questa difficoltà. I servizi giornalistici hanno sostenuto in modo diverso che il disastro ha causato 93.500, 70.000, 400, centinaia o appena 31 vittime. Peraltro non c’era un solo articolo che spiegasse le enormi difficoltà nel determinare le morti. Il rapporto ufficiale redatto da agenzie dell’ONU (OMS, UNSCEAR, IAEA e altre) stila un bilancio di 65 morti accertati con sicurezza e altri 4 000 presunti (che non sarà possibile associare direttamente al disastro) per tumori e leucemie su un arco di 80 anni.

Peraltro incidenti catastrofici sono avvenuti anche con impianti diversi da quello nucleare e ne ricordiamo alcuni tra i peggiori:

In India presso Mavda Pradesh vi fu  una fuga di pesticidi da una fabbrica della Union Carbide dove i morti stimati furono circa 4.000, deceduti in seguito ad una “nebbia mortale” che abbracciò tutta la zona. Più di 50.000 furono, invece, i contaminati che subirono dei gravissimi danni come la cecità, insufficienza renale e malesseri permanenti degli apparati interni.

Nel  luglio del 1976 una nube di diossina (TCDD) venne rilasciata da una  fabbrica di pesticidi presso Seveso e circa 37.000 persone furono esposte ai livelli molto alti di diossina.

Molte persone furono costrette ad evacuare ma anche altre migliaia di persone subirono l’avvelenamento da diossina.

Nel marzo 1989 una petrolifera si arenò su Prince William Sound’s Bligh Reef, versando 40,9 milioni di litri di petrolio greggio sulla costa asiatica vicino all’Alaska.

L’elenco degli incidenti avvenuti è molto lungo e ne abbiamo citato solo alcuni per far capire come gli incidenti purtroppo possono avvenire in tutte le attività effettuate dall’uomo e quindi l’enorme difficoltà ad effettuare una stima preventiva dell’impatto ambientale che comporta una determinata attività umana.